L’adolescenza in coda al Master Club

Come sembrano lontani gli anni 90, quando la città era viva e pulsante, il centro un luogo d’incontro e la discoteca più IN a pochi passi da tutto.

Erano gli anni delle eterne code all’ingresso del Master Club. Quando, con gli amici, ci si ritrovava in piazzetta o si aspettavano quelli troppo giovani, accompagnati dai genitori fino all’ingresso, pronti poi a recuperarli a tarda notte, spazientiti per l’attesa in tripla fila.

Gli anni dei preparativi, il jeans nuovo, l’abbigliamento giusto, il tutto sperendo di non dover passare la serata fuori dalla porta, al freddo, stretti come sardine ma tenaci e vogliosi di infilarci in quello stanzino fumoso in centro città.

Gli anni in cui, ammassati sulla strada, ci si conosceva, ci si guardava a vicenda, le scarpe di quello, la camicia dell’altro, sussurrando a bassa voce: “Se entra lui conciato cosi, entro anche io” … e poi Gigi o Stefano che si affacciavano, scrutavano, sceglievano, indicando persone apparentemente a caso, con la folla che si apriva a far passare i “fortunati”… che sorridenti e altezzosi sfilavano davanti a tutti.

Quella curiosa selezione la ricorderemo per sempre perché rendeva il “gioco” ancora più divertente e frustrante ma per noi quella era la serata, suddivisa tra dentro e fuori, con il piacere dell’attesa a rendere tutto ancora più intenso. Cercare di piacere, di piacersi, di essere simpatico e disponibile per non rischiare di tornare a casa solo con il proprio freddo.

E poi c’era finalmente il locale, immenso e stupendo ai nostri occhi, grazie anche alla fatica estenuante di aver guadagnato l’ingresso, il guardaroba, la saletta con il bar, l’angolo del biliardo sempre occupato e poi la pista da ballo, che a luci accese era poco più grande di un garage ma con la giusta atmosfera sembrava immensa.

Gli spintoni, gli sguardi, ritrovando quelli che un attimo prima ti erano passati davanti alla selezione, ma poco importava, eravamo tutti dentro, tutti pronti a far serata, in quel piccolo “buco” in mezzo a Biella, tutti schiacciati e frastornati a sudare per una vodka o una birra.

E poi via, in pista, con il DJ ad alternare classici dell’epoca da I Was Made for lovin’you dei Kiss a I love rock n roll di Joan Jett per passare a veri propri tormentoni che coinvolgevano tutti. E non ce n’era uno che durante la sigla di Heidi, al fermarsi della musica, non urlasse: “TROIA”.
Musica vera, con le casse spinte al massimo per il Rock dell’una e mezza e i bassi amplificati per All That She Wants degli Ace of Base. Tutto era perfetto, era l’atmosfera di chi voleva far festa facendo festa.

Quando ancora nei locali si fumava, quando l’aria era irrespirabile, Noi facevamo carte false per esserci, per spintonarci davanti al bancone del bar, per salutare la bella di turno, perderla in pochi metri quadri e ritrovarla sui divenetti con qualcun altro, fingendo che non ci importasse e cercando invano di raggiungere i bagni dall’altra parte della pista, sempre affollata.

Gli anni del Master per la nostra generazione sono stati gli anni delle serate tra amici, il sabato a far tardi e il mitico martedì, tutto sembrava più vero, più vivo, non c’erano cellulari, whatsapp, Facebook, non c’erano PR, volantinaggio e serate a tema, c’era il Master e ci bastava, si partiva per il centro città anche da soli, per ritrovare gli amici di sempre, la compagnia giusta, sapendo che sarebbero stati li, per una serata super o al massimo, un’attesa infinita… sperando di entrare.

LBCP

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